Design Thinking nei progetti B2B: funziona davvero?

Il Design Thinking, applicato in ambito B2B, è un approccio alla progettazione che parte dai bisogni reali degli utenti per sviluppare soluzioni innovative, anche in contesti tecnici complessi. Aiuta team interfunzionali a collaborare meglio e a creare prodotti digitali centrati sull’esperienza d’uso.
23 Lug 2025 - 4 min read

Un approccio creativo in ambienti tecnici può fare la differenza — ma solo se sai adattarlo.

Nel corso degli ultimi anni, il Design Thinking è diventato uno dei metodi più citati quando si parla di innovazione. Nato in ambito creativo e poi adottato da grandi aziende digitali, è ormai parte anche del vocabolario del settore industriale.

Ma cosa succede quando proviamo ad applicarlo in contesti B2B tecnici e strutturati?
Funziona davvero?
In questo articolo esploriamo benefici, criticità e possibili adattamenti di un metodo che, se ben usato, può trasformarsi in un vero acceleratore di progetti digitali.

Quando il Design Thinking funziona (anche in ambito B2B)

Il valore principale del Design Thinking è la capacità di mettere al centro le persone, i loro bisogni e i loro comportamenti. Anche quando parliamo di interfacce HMI, portali aziendali o configuratori di prodotto, gli utenti restano protagonisti. Per questo motivo, il metodo trova spazio anche nel B2B, soprattutto in alcuni casi:

  • Nei progetti digitali interfunzionali, dove è fondamentale allineare punti di vista diversi: R&D, marketing, vendite, operation.
  • Quando si vogliono migliorare esperienze d’uso complesse, come un’interfaccia macchina, un portale clienti o un flusso di onboarding tecnico.
  • Quando c’è un obiettivo d’innovazione ma si fa fatica a partire, proprio per la distanza tra chi è a capo del progetto e chi utilizza il prodotto o servizio finale.
  • Nei momenti di transizione, come il riposizionamento di brand storici, la sostenibilità o la digitalizzazione interna.
Dove il metodo rischia di non funzionare

Non è tutto oro quello che luccica. Portare il Design Thinking in ambienti industriali richiede attenzione. Alcune criticità sono ricorrenti:

  • Cultura di prodotto fortemente ingegnerizzata, dove si tende a considerare il design come un’estetica accessoria, non come parte della progettazione.
  • Ritmi lunghi e cicli decisionali complessi, che mal si combinano con l’approccio iterativo e veloce del metodo.
  • Scarsa disponibilità di risorse da coinvolgere nelle fasi di co-progettazione.
  • Diffidenza verso i workshop, percepiti come un’attività “soft” in un mondo abituato a specifiche, Gantt e deliverable tecnici.

In questi casi, il rischio è che il Design Thinking venga ridotto a un esercizio teorico o — peggio — adottato solo per ragioni di facciata.

Come adattare il Design Thinking al contesto B2B

Il Design Thinking dà il meglio di sé quando riesce a parlare la lingua del contesto in cui viene applicato. Nell’industria, questo significa coniugare creatività e rigore tecnico, empatia e precisione. Non si tratta di semplificare, ma di tradurre. Ecco alcune strategie che abbiamo visto funzionare:

  • Mostrare l’impatto fin da subito
    In contesti dove il tempo è una risorsa preziosa, è utile partire da output tangibili: wireframe interattivi, user journey map legati a scenari reali, demo video che evidenziano i vantaggi per l’utente o per l’efficienza interna. Anche un semplice mockup può fare la differenza, se aiuta a visualizzare dove si sta andando.
  • Parlare il linguaggio dell’industria
    “Empatia” e “ideazione” possono sembrare termini vaghi. Meglio spiegare che si tratta di comprendere, ad esempio, le azioni quotidiane di un operatore in produzione o le decisioni di un buyer tecnico. Il valore sta nella capacità di trasformare insight qualitativi in specifiche concrete.
  • Integrare strumenti evoluti di prototipazione
    Oltre ai classici post-it, oggi possiamo lavorare con interfacce navigabili, simulazioni, animazioni o flussi interattivi. Questo aiuta a far percepire il progetto come “vero”, anche quando è ancora in fase di esplorazione.
  • Progettare momenti misti e flessibili
    Workshop ibridi, asincroni o suddivisi in micro-sessioni rendono il processo più sostenibile per chi lavora in azienda, soprattutto nei casi in cui partecipano figure con ruoli e disponibilità molto diversi (tecnici, commerciali, manager).
  • Connettere design e metriche
    Parlare anche di ROI, efficienza, time-to-market e riduzione degli errori contribuisce a legittimare il metodo. Se il Design Thinking aiuta a prendere decisioni più veloci o a ridurre gli sprechi, questo va evidenziato in modo diretto.
Il vero valore: visione condivisa, co-progettazione centrata

Al di là del metodo in sé, ciò che il Design Thinking può offrire è un approccio strutturato per:

  • Portare sullo stesso piano competenze diverse, facilitando l’allineamento strategico.
  • Connettere obiettivi aziendali e bisogni dell’utente finale, anche quando sembrano lontani.
  • Accelerare la definizione del problema, evitando lunghi confronti su soluzioni già preimpostate.
  • Generare prototipi utili a testare le idee in modo concreto, prima di scrivere una riga di codice.
Conclusione

Il Design Thinking non è la soluzione a tutto, ma può diventare uno strumento potente per innovare nel B2B, a patto che venga adattato con intelligenza e sensibilità.

Nel nostro lavoro quotidiano in Marcopolo, lo usiamo come strumento di ascolto, progettazione condivisa e facilitazione, capace di mettere in comunicazione chi progetta, chi vende e chi usa.

Se ti stai chiedendo se possa funzionare anche per il tuo progetto, la risposta è semplice: dipende da quanto sei disposto ad ascoltare davvero!

Roberta Fitti

Roberta Fitti

Project Manager Coordinator & Workshop Facilitator

"Ogni progetto è un'occasione per passare dall'intuizione alla soluzione."

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